Nell’ambito della vasta azione di rinnovamento dell’Ordine monastico cistercense, non mancò l’idea di risalire, anche in materia musicale, alla tradizione più antica. L’opera di restaurazione, iniziata da Roberto di Molesmes, fondatore di Citeaux, ebbe un nuovo e più efficace sviluppo ed impulso nell’Abate Stefano Harding che lavorò nel semplificare la liturgia ricercando l’originalità primitiva del canto gregoriano.



Le scuole di Metz e di San Gallo erano rinomate per i codici manoscritti risalenti al secolo IX – X, ritenuti da molti studiosi fonti più attendibili. Stefano Harding operò tra il 1109 e il 1113 adottando le melodie di Metz per l’Antifonario e per il Graduale, mentre per gli inni, mandò alcuni monaci a Milano per documentarsi; la riforma di Harding provocò alcune rimostranze da parte dei monaci dell’ ordine tra cui S. Bernardo e il polemico Adalberto.

Nel 1148, autorizzato dal Capitolo generale, Bernardo iniziò una seconda riforma, con le stesse intenzioni di Stefano Harding, tornare alle fonti più autentiche “ut in divinis laudibus cantarent quod magis authenticum invenitur…” nominò un gruppo di monaci esperti tra cui: Guido di Cherlieu e Guido d’Eu.



Come idea di base, ogni melodia venne inquadrata nel sistema dell’Octoechos, cioè nell’unità modale, venne data importanza alla coincidenza della nota finale con la tonica – ogni melodia doveva avere un’unica dominante intorno alla quale era imperniata tutta la composizione; fedeli a queste idee, i riformatori contestarono le melodie che non corrispondevano a questi principi; una rettifica del repertorio di canto fu anche la limitazione dell’estensione melodica non superiore all’intervallo di una decima.

Per esercitare la povertà anche in musica, vennero limitate le cadenze salmodiche. Criteri di riforma rigorosa che toccarono anche l’enorme quantità di melismi (molte note su una vocale – Jubilus).

La tradizione del canto liturgico cistercense si mantenne efficiente fino al 1656, quando Claudio Waussin, Abate generale, iniziò una nuova riforma; cercando di avvicinarsi al rito romano, modificò melodie e testi a tal punto da portare il canto cistercense alla massima decadenza. Nel 1899 avviene la revisione del Graduale e nel 1903 venne riveduto e pubblicato l’Antifonario.